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Degenerazione maculare senile, se il paziente è seguito bene costa meno

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Nel trattamento della degenerazione maculare senile (AMD), si potrebbero risparmiare fino a 24mila euro per paziente “solo” con una migliore programmazione della presa in carico da parte del sistema sanitario nazionale. A fare i conti sono i ricercatori dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica di Roma, secondo cui una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse contribuirebbe anche a migliorare la qualità di vita dei malati.

La malattia e i trattamenti disponibili

Parliamo di una patologia molto diffusa e progressiva, annoverata fra le prime cinque cause di cecità nei paesi industrializzati per gli over 65. La causa è il malfunzionamento o dalla morte delle cellule dell’epitelio pigmentato retinico, una struttura fondamentale per il buon funzionamento del nostro occhio. La forma avanzata di questa patologia, detta “neovascolare” (nAMD), porta a una rapida perdita della vista. L’unica soluzione al momento disponibile è rappresentata dalle iniezioni intravitreali con farmaci anti-VEGF (antagonisti del fattore di crescita endoteliale vascolare) che permettono di ottenere un forte rallentamento della progressione della malattia. Questi trattamenti sono però efficaci solo se somministrati in maniera stabile e continuativa nel tempo.

Come sono distribuiti i costi

Secondo l’indagine ALTEMS, in Italia si spendono oltre 60mila euro per ogni paziente affetto da nAMD, di cui solo il 16,58% va nell’effettivo trattamento farmacologico, mentre i costi sociali rappresentano il 67,83% della spesa. In una situazione di presa in carico ottimale, basata su una migliore aderenza alle terapie farmacologiche, la ricerca stima una drastica diminuzione della spesa complessiva fino a circa 36mila euro per persona. Uno dei problemi principali, infatti, sarebbe la scarsa aderenza alle terapie da parte dei pazienti, che spesso non si presentano ai follow-up per paura delle iniezioni o a causa delle frequenti visite a cui devono sottoporsi. Una migliore presa in carico consentirebbe, in particolare, una riduzione dei costi sociali. Che, calcolata su un orizzonte temporale della durata della vita, compenserebbe l’aumento dei costi relativi alla spesa farmacologica, alla somministrazione della terapia e al follow-up del paziente nel lungo termine. “La ricerca – spiega Stanislao Rizzo, ordinario di Malattie dell’Apparato Visivo dell’Università Cattolica, e Direttore dell’Unità operativa complessa di Oculistica dell’IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli – mostra come un percorso di presa in carico inappropriato non solo comporta inefficienze economiche, ma contribuisce negativamente alla qualità della vita di paziente e caregiver e ai relativi costi associati”.

Il punto di vista del paziente

“Considerando quanto emerso dalla ricerca ALTEMS e che la quasi totalità dei pazienti con maculopatia convive con almeno un’ulteriore comorbidità riteniamo fondamentale assicurare la partecipazione attiva dei pazienti nella ricerca e sviluppo dei modelli di presa in carico”, aggiunge Assia Andrao, Presidente di Retina Italia. Il paziente e il suo caregiver – sottolinea infatti l’associazione – sono gli unici che possono restituire un punto di vista sulla patologia vissuta in prima persona.

4 modi per migliorare la presa in carico

È possibile individuare, secondo il rapporto, almeno 4 leve per migliorare la presa in carico. Per prima cosa è necessario acquisire consapevolezza sull’attuale situazione di presa in carico dei pazienti e il relativo impatto economico e sociale, tenendo conto di tutti gli stakeholder coinvolti. In base a questo, sarebbe poi opportuno costruire una presa in carico maggiormente integrata, che riduca le disuguaglianze e favorisca le condizioni di massima appropriatezza, come la migliore aderenza alle cure. In ultimo, è importante conoscere il ritorno economico di tali cambiamenti. “Il rapporto fa emergere chiare necessità legate alla sfera economica e di investimento – conclude Americo Cicchetti, ordinario di Organizzazione Aziendale dell’Università Cattolica e direttore dell’ALTEMS -. Da un lato è indispensabile favorire una pianificazione strategica degli investimenti sempre più integrata tra la sfera sanitaria e quella sociale, dall’altro è necessario misurare l’impatto dell’investimento sanitario in base al valore generato all’interno del percorso di presa in carico”.



www.repubblica.it 2023-01-20 18:25:06

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