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Obesità, l’indice di massa corporea non basta per la diagnosi

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È un cambio di paradigma annunciato, e auspicato da tempo, quello che risuona con la presentazione delle nuove raccomandazioni per la diagnosi e il trattamento dell’obesità.

Arriva dagli esperti della European Association for the Study of Obesity (Easo) ed è la proposta concreta per cominciare a guardare alla malattia in modo più ampio, considerandola in tutto e per tutto una malattia cronica, che mette a rischio tanto la salute fisica che mentale dei pazienti, che non può essere diagnosticata limitandosi a calcolare peso e altezza delle persone. Né che possa essere trattata con l’unico obiettivo di perdere peso, scrivono gli esperti sulle pagine di Nature Medicine.

Le raccomandazioni dell’Easo per la diagnosi della malattia

Le nuove raccomandazioni non arrivano a sorpresa. Sono infatti ormai anni che clinici e ricercatori invitano a ripensare l’obesità come malattia cronica e mettono in discussione l’utilizzo dei parametri antropometrici come strumento per la diagnosi (e quindi il trattamento).

A cominciare dall’indice di massa corporea (o body mass index, BMI), parametro ottenuto dividendo il peso corporeo per l’altezza della persona. “Nelle nostre raccomandazioni – spiega a Salute Luca Busetto, vicepresidente di Easo e professore associato di Medicina interna presso l’Università di Padova – viene data molta importanza non solo al BMI ma anche alla distribuzione del tessuto adiposo, da cui oggi sappiamo che dipendono molte delle complicazioni dell’obesità. Nel dettaglio abbiamo sottolineato l’importanza di valutare anche il rapporto tra circonferenza della vita e altezza: anche individui con livelli di BMI che non indicano obesità, ma che hanno questo valore elevato, vanno considerati ad alto rischio”.

Allo stesso modo, prosegue Busetto, se sono presenti già complicanze, questi pazienti con rapporto circonferenza della vita-altezza elevato vanno considerati obesi e quindi idonei a ricevere un trattamento adeguato. Un esempio? La somministrazione dei farmaci per dimagrire dovrebbe considerare un mix di fattori. Gli esperti ritengono che potrebbe essere appropriata per BMI maggiore di 25, un rapporto circonferenza vita-altezza maggiore di 0,5 e la presenza di complicanze o compromissioni fisiche, psicologiche o funzionali.

Non solo misure antropometriche

L’accento sull’importanza del rapporto circonferenza vita-altezza va però contestualizzato. Per quanto possa essere un utile indicatore del rischio cardiometabolico, il messaggio che gli esperti Easo sottolineano è che la diagnosi dell’obesità non può essere basata solo sulle misure antropometriche, riprende Busetto: “Non possono bastare solo il BMI, né la misurazione della circonferenza della vita: dobbiamo effettuare una valutazione complessiva degli effetti del tessuto adiposo sulla salute delle persone da un punto di vista clinico, ma anche delle performance fisiche o dell’influenza a livello psicologico”.

Trattamenti a lungo termine e più “incisivi”

Questo approccio olistico alla diagnosi dell’obesità è ovviamente propedeutico al suo trattamento, che allo stesso modo deve considerare tutti gli effetti del tessuto adiposo sulla salute della persona.

“Non possiamo limitare i trattamenti al calo ponderale, dobbiamo prevenire gli effetti negativi dell’obesità come malattia cronica, su tutta la salute del paziente, tanto quella fisica che mentale – puntualizza Busetto – il calo di peso, tanto più a breve termine, non può essere l’unico obiettivo, né l’obiettivo di per sé. Il trattamento deve essere commisurato alla gravità della patologia nel suo complesso e dobbiamo essere pronti a intervenire in maniera più incisiva se non si ottengono risultati”.

Conseguenza di tutto questo è che i trattamenti per l’obesità – interventi dietetici, attività fisica, riduzione dello stress, chirurgia bariatrica, farmaci per dimagrire, e supporto psicologico – debbano prevedere interventi a lungo termine, che tengano conto dei precedenti, delle preferenze dei pazienti, dei possibili ostacoli, dello stadio e della gravità della malattia, raccomandano gli esperti.

La speranza ora, concludono Busetto e colleghi, è che il lavoro fatto e la posizione dell’Easo, venga presi in considerazione dalle società scientifiche internazionali, tradotte in linee guida di utilità pratica, e che servano a rafforzare il messaggio dell’obesità come malattia cronica, che può essere contrastata solo con una forte presa in carico da parte del servizio sanitario nazionale, e quindi della politica.



www.repubblica.it 2024-07-10 09:42:09

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