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Farmaci anti-Covid, avremo una pillola come per l’influenza?

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Una compressa da ingerire ai primi sintomi di Covid , inibendo il virus che lo genera (Sars-Cov-2). Come un qualsiasi medicinale di largo consumo. Il governo Usa ha svelato il 17 giugno il suo Antiviral Program for Pandemics, un investimento da 3,2 miliardi di dollari per accelerare sviluppo e sperimentazione di farmaci antivirali che “blocchino” la malattia. La prospettiva è di ampliare la disponibilità di trattamenti e creare, al tempo stesso, una piattaforma per lo sviluppo di nuove soluzioni contro virus ad alto potenziale pandemico. Le vaccinazioni sono ingranate a ritmi sempre più intensi negli Usa, Europa e altri paesi occidentali, ma i ritardi che si registrano altrove e la proliferazione di varianti fanno temere un regresso rispetto alle ambizioni di tenere sotto controllo la pandemia.

Perché sviluppare pillole anti-Covid, non bastano i vaccini?

Gli antivirali sono farmaci che contrastano infezioni virali o forniscono protezione per un certo periodo di tempo. Esercitano un’azione di carattere terapeutico o preventivo, somministrandosi per via orale (sotto forma di compresse) o con soluzioni che possono essere iniettate (come nel caso del Veklury, si legga sotto).
Il progetto del governo Usa è quello di allargare il più possibile la disponibilità di farmaci per via orale, intervenendo sulla malattia prima che conduca a ricoveri in terapia intensiva o al decesso. L’amministrazione statunitense, si legge nella nota dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, è «impegnata a identificare trattamenti che impediscano ai pazienti diagnosticati con Covid di procedere verso l’aggravarsi della malattia e la morte», perché le «medicine anti-virali a uso orale che possono essere assunte a casa già agli inizi della malattia, simili a trattamenti come l’influenza, potrebbero salvare vite sia qui che all’estero e prevenire crescite travolgenti delle ospedalizzazioni».

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Il ruolo dei vaccini

Anche se le vaccinazioni di massa restano l’arma cruciale contro la pandemia, una maggiore fornitura di farmaci giocherebbe «un ruolo strategico», spiega al Sole 24 Ore Giampiero Mazzaglia, professore associato di Igiene e Sanità pubblica all’Università di Milano Bicocca. «Poiché il virus va incontro a mutazioni frequenti – spiega – nonostante le tecnologie attuali permettano di produrre in tempi relativamente brevi vaccini efficaci per nuove varianti potenzialmente resistenti ai vaccini attualmente in uso, sarà essenziale avere a disposizione nel nostro bagaglio terapeutico anche farmaci antivirali in grado di agire contro un’infezione attiva da Sars-Cov-2». Visto che la replicazione virale è particolarmente attiva durante la fase precoce della malattia, «questi farmaci potrebbero avere un ruolo strategico specialmente se utilizzati prima che la malattia progredisca verso lo stato iper-infiammatorio che caratterizza le fasi più avanzate».

Cosa sappiamo (e abbiamo) finora

L’unico antivirale approvato attualmente dall’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, è il Veklury: un medicinale sviluppato dall’azienda Gilead Sciences, già utilizzato contro l’epidemia di Ebola. Si può somministrare solo per infusione in vena, con un trattamento che va da un minimo di 5 a un massimo di 10 giorni e un dosaggio iniziale di 200 milligrammi (per scendere a 100 milligrammi nel resto del trattamento). Il principio attivo del Veklury è remdesivir, un inibitore dell’enzima virale Rna polimerasi che interferisce con la produzione dell’Rna virale e ne previene la replicazione.

«Gli studi – spiega Mazzaglia – hanno indicato che il tempo medio di guarigione nei pazienti con polmonite che richiedevano ossigenoterapia supplementare trattati con il farmaco era inferiore di 4-6 giorni rispetto al placebo. Inoltre, le evidenze hanno mostrato una riduzione della mortalità a 28 giorni dal trattamento dell’11,6% nei pazienti trattati rispetto al 15,4% nei pazienti con placebo». L’utilizzo della soluzione, secondo dati dell’Agenzia del farmaco italiana, avrebbe raggiunto in Italia due picchi a novembre 2020 e marzo 2021, scemando poi con l’entrata a regime della campagna vaccinale. La stessa Organizzazione mondiale della sanità ha raccomandato, nel novembre 2020, di non ricorrere al remdesivir in «pazienti ospedalizzati, indipendentemente dalla gravità della malattia, poiché attualmente non ci sono prove che il remdesivir migliori la sopravvivenza».



www.ilsole24ore.com 2021-06-22 12:59:29

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